Pani ca Meusa (Pane con la Milza)

Ricetta Pani ca Meusa (Pane con la Milza) di , Pubblicata il 4 Settembre 2014, aggiornata 20 Giugno 2024

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Pani ca Meusa

Il Pani ca Meusa (pane con la milza) è un cibo da strada (street food) della cucina Palermitana tradizionale.
La Ricetta, gli Ingredienti e i Consigli.

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“Vediamo come si fanno i pani ca meusa (pane con la milza), un lievitato della cucina italiana, per 4 persone: è facile da preparare ed è anche economica.”

Come fare i Pani ca Meusa (Pane con la Milza)

Prima di iniziare, prepara tutti gli ingredienti e organizza gli utensili necessari per lavorare in modo più semplice e ordinato.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per il panino (in palermitano “vastedda”):
500 g di pasta di pane già lievitata, 25 g di semi di sesamo.
Per il panino detto “schettu” (celibe, cioè con un solo ingrediente):
500 g di milza da sola o assieme a polmone di vitello.
In alternativa:
Per il “pani ca meusa maritatu” (sposato, cioè con più ingredienti):
400 g di milza (con o senza polmone), caciocavallo stagionato ragusano a scaglie q.b. o ricotta freschissima di pecora q.b.
Per friggere:
sugna q.b. (in siciliano chiamata anche “saimi” e in italiano strutto).

PREPARAZIONE

Tenere a bagno in acqua tiepida per 3-4 ore la milza e , se gradito, il polmone.
In questo lasso di tempo, cambiare più volte l’acqua di ammollo, in modo da eliminare le impurità delle frattaglie.
Lessarle, poi, in abbondante acqua salata, scolarle, farle raffreddare e tagliarle a fettine.
Metterle da parte fino al momento dell’utilizzo.
Impastare per un paio di minuti la pasta di pane e formare delle piccole pagnotte, chiamate in dialetto palermitano “vastedde”.
Mettere i semi di sesamo in un piatto piano.
Spennellare la sommità dei panini con un po’ d’acqua e pressarla sui semi di sesamo, in modo che questi ultimi rimangano attaccati alla superficie della pasta lievitata.
Adagiare i pani sulla piastra del forno, avendo cura di posizionare verso l’alto la parte con il sesamo.

Lasciarli cuocere nel forno preriscaldato a 200°C fino a quando saranno dorati.
Tenerli, poi, in caldo.
Mettere qualche cucchiaio di strutto in un tegame e scaldare le fettine di milza (e di polmone).
Aprire a metà il panino e (se si vuole gustare un “pani ca meusa schettu”) farcirlo con le sole frattaglie appena bagnate con succo di limone.
Se, invece, si preferisce un pane più saporito, ricoprire le frattaglie con scaglie di caciocavallo o con ricotta di pecora.
In tal caso si gusta un “pani ca meusa maritatu”.
Se, poi, proprio si vuole eccedere, mangiare il pane con milza, caciocavallo e ricotta freschissima.

NOTE

“U pani cà meusa”, assieme a “Pane e panelle” è il piatto da strada più venduto a Palermo.
Negli angoli delle strade più frequentate e soprattutto all’interno della Vucceria (il mercato storico più noto di Palermo) o di altri mercati (Ballarò, etc) il “meusaru” appronta ogni mattina il suo “laboratorio artigianale”, composto da una pentola inclinata di alluminio, all’interno del quale vi è lo strutto ben caldo, uno o più vassoi contenenti la milza (meusa) e il polmone già lessati e tagliati a fettine, il forchettone dalla forme caratteristica a due denti (con cui estrarre le frattaglie dallo strutto) e le vastelle (“vasteddi”) tenute in caldo in un cesto ricoperto con un telo.
Appena arriva un cliente chiede: “ a vastedda a vuoli schetta o maritata?
Si regola, poi, a seconda della risposta ottenuta.
Avvolge, poi, il “panino ca meusa” (panino con la milza) nell’apposita carta e lo porge all’avventore che lo addenta subito con goduria.

PANE CON LA MILZA, QUALCHE NOTIZIA STORICA

A Palermo convissero fino al XV secolo numerose etnie, composte soprattutto da cristiani e musulmani.
Anche la comunità ebraica, stanziatasi in Sicilia già al tempo dei Romani, era presente a Palermo in numero consistente, stante alle informazioni trasmessaci dal geografo e viaggiatore ebreo Beniamino da Tudela, che nel suo libro “Viaggi di Beniamino da Tudela” (1543), quantifica attorno a ottomila il numero di ebrei che risiedevano nel 1172 a Palermo.
Come le altre etnie, che vivevano ciascuna in un rione diverso, anche gli Ebrei risiedevano in un proprio quartiere, denominato Ghetto, dal quale si spostavano per dedicarsi ai loro traffici.
Molti di loro, i più ricchi, esercitavano la loro professione nell’ambito dell’industria della seta, del corallo, della pesca, altri erano banchieri o speziali, altri ancora si dedicavano a lavori umili e poco redditizi.
Tra questi, gli ebrei che erano specializzati nella macellazione di animali avevano trovato lavoro nel mattatoio della città, che allora era ubicato (e vi rimase fino al 1837) all’interno di un quartiere popolare, detto di Seralcadio, che oggi prende il nome di Capo.
I macellai ebrei, non potendo percepire denaro per la loro attività, in quanto sarebbe stato contrario alle norme religiose ebraiche, ricevevano a titolo di regalia tutte le interiora degli animali uccisi, tranne il fegato, richiesto e ben pagato dai benestanti cristiani.

Per ricavare del denaro dalle frattaglie ricevute come compenso per il loro lavoro, gli Ebrei pensarono di pulire le interiora, lessarle e venderle per strada ai cristiani, che, imitando l’abitudine dei musulmani di mangiare il cibo con le mani, iniziarono a mangiare le frattaglie sminuzzate per la strada, racchiudendole all’interno di un panino da sole o integrandoli con formaggio o ricotta.
Era nato così uno dei più famosi cibi da strada palermitani: quello che oggi è conosciuto con il nome di “pane cà meusa”.
L’uso di consumare le frattaglie per strada sopravvisse agli Ebrei siciliani.
Essi nel 1492, in base ad un Editto del 18 giugno di quell’anno, vennero cacciati dalla Sicilia e da tutti i territori sottoposti al dominio della corona di Spagna per volontà
di Ferdinando II d’Aragona, detto il “Cattolico”, re di Sicilia.
Dopo l’allontanamento forzato degli ebrei, i “caciuttari, continuarono a vendere per la strada panini bagnati nel “saimi” e ripieno di formaggio o ricotta.
Molti di loro continuarono l’attività degli ebrei, inserendo all’interno del panino fettine di meusa: erano nati i “meusari”, che da allora in poi, con un procedimento divenuto nel tempo “rituale”, hanno deliziato il palato degli avventori palermitani e non solo.

Consigli per la riuscita
  • Nei rustici gli ingredienti devono essere distribuiti in modo uniforme.
  • Lasciare assestare prima del taglio aiuta a ottenere porzioni più ordinate.
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Buone pratiche in cucina
  • Controlla attentamente gli ingredienti e utilizza materie prime di qualità.
  • Presta attenzione alle modalità di conservazione per mantenere gli alimenti freschi e sicuri.
  • Rispetta tempi e temperature di cottura per garantire una preparazione sicura e uniforme.
  • Verifica sempre la presenza di allergeni o ingredienti non adatti a chi consumerà il piatto.
  • In caso di dubbi legati alla salute o alla dieta, rivolgiti a un medico o a un professionista.
  • Lava accuratamente mani, utensili e superfici prima e dopo la preparazione degli alimenti.
  • Mantieni sempre puliti piani di lavoro e utensili per una preparazione ordinata e sicura.




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Redazione FraGolosi

FraGolosi è online dal 2008 e raccoglie oltre 6500 ricette di cucina tradizionale e casalinga. La redazione seleziona, rielabora e aggiorna nel tempo preparazioni semplici, pensate per la cucina di tutti i giorni. Scopri di più sulla redazione.

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1 commento all'articolo “Pani ca Meusa (Pane con la Milza)”

  1. Ugo Giuffrida ha detto:

    Molto interessante la storia del pani ca meusa…da Palermitano doc quale mi ritengo, ho imparato alcuni particolari che non conoscevo riguardo alle origini. Vivo ad Imperia mi manca tanto questo sapore legato alla mia infanzia. Proverò a seguire la Vostra ricetta…Vi farò sapere il risultato, anche se i “maestri Palermitani”…sono difficilmente eguagliabili! Complimenti per il Vostro sito.

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